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domenica, 13 luglio 2008, ore 19:41
scarabocchiato da Rolando in attuale

In un libro di ricette, scritto un centinaio di anni fa, tra un sughetto e po’ di pasta, tra un brodino e carne lessa, si può trovare la perfetta fotografia della smania che fino ad oggi è una caratteristica della maggior parte delle persone che ci circondano. Non serve aggiungere altro…

Krapfen
Proviamoci di descrivere il piatto che porta questo nome di tedescheria ed andiamo pure in cerca del buono e del bello in qualunque luogo si trovino; ma per decoro di noi stessi e della patria nostra non imitiamo mai ciecamente le altre nazioni per solo spirito di stranieromania.

Pellegrino Artusi

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domenica, 16 dicembre 2007, ore 12:31
scarabocchiato da Rolando in favolario

Esopo, “L’avaro”:

Un avaro aveva liquidato tutto il suo patrimonio e l’aveva convertito in una verga d’oro; poi l’aveva sotterrato in un certo luogo, sotterrandoci insieme la sua vita e il suo cuore, e tutti i giorni andava a farci un’ispezione. Un operaio lo tenne d’occhio, subodorando la verità, andò a scavare e si portò via la verga. Dopo un po’ arrivò anche l’avaro e, trovando la sua buca vuota, cominciò a piangere e a strapparsi i capelli. Ma un tale, che l’aveva visto lamentarsi


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domenica, 16 dicembre 2007, ore 12:28
scarabocchiato da Rolando in favolario

In poche righe Esopo (VI sec. A.C.) fotografa la vita, “i viandanti e la scure”:

 

Due uomini facevano viaggio assieme. Uno trovò una scure. "Abbiamo trovato una scure", disse l'altro; ma il primo lo ammonì che non doveva dire "abbiamo", bensì "hai trovato". Dopo un po' furono raggiunti da coloro che avevano perduto la scure e quello che l'aveva presa, vedendo che gli correvano dietro disse al compagno: "Siamo fritti". "No, devi dire "sono fritto". Quando l'hai trovata non hai mica fatto a metà con me" gli osservò l'altro.

 

Esopo, da grande osservatore dell’animo umano quale è, traccia con segno rapido e veloce una caratteristica dell’animo umano


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domenica, 02 dicembre 2007, ore 16:20
scarabocchiato da Rolando in religione

Dell'altro ieri è la lettera enciclica Spe Salvi (Nella fede siamo stati salvati) di Benedetto XVI, una lettera sul significato della fede e della speranza per la vita dell’uomo.
Attraverso diverse citazioni, bibliche e non, il papa fonda la propria analisi sui concetti di fede e speranza, virtù che vengono a coincidere con una certezza di ciò che aspetta l’uomo alla fine della propria vita e, come apprendiamo alla fine della lettera, il giorno del giudizio universale. Fede e speranza rimandano a qualcosa che deve ancora venire e che, nell’animo del credente, crea non solo un’aspettativa, ma anche un cambiamento radicale dello stile di vita. Fede e speranza, in un animo veramente credente, diventano certezza, non solo desiderio di qualcosa che potrebbe essere o non essere, la fede pone una pietra stabile di ciò che sarà il tempio di Dio che verrà, che si sa che dovrà venire. La speranza cristiana non è quella che noi comunemente intendiamo, non è un desiderio, un’aspirazione che può a volte finire in illusione, la speranza del cristiano è innervata dalla fede e si trasforma in assoluta certezza di ciò che sarà.

Il papa però mostra che questa certezza non riguarda solamente il futuro,

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venerdì, 16 novembre 2007, ore 14:17
scarabocchiato da Rolando in visioni

Regia di Vittorio De Sica.

Una fiaba moderna, sempre attuale, sul contrasto tra tipi di vita. Da una parte la vita immediata e semplice dei poveri, che subiscono il mondo e fanno del loro meglio per adattarvisi, dall’altra la vita sempre tesa in avanti degli imprenditori e degli industriali, che tentano di modellare il mondo in vista del loro tornaconto personale.
Termine medio tra questi due mondi, il protagonista del film: Totò.


Totò è un animo semplice, ha ricevuto una educazione dopo essere rimasto orfano (orfano in realtà ci è nato, visto che la signora che lo ha accudito l’ha trovato nudo sotto un cavolo).
Uscito dall’orfanotrofio


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venerdì, 16 novembre 2007, ore 14:17
scarabocchiato da Rolando in religione

Corruzione dell'umanità e punizione divina (Gn 6-8)

L’uomo si moltiplica sulla terra ed avviene una strana contaminazione: le figlie degli uomini (quelle più belle) vengono prese in spose dai “figli di Dio”. Sull’interpretazione di questo passo se ne sono scritte molte: sono angeli? Sono demoni? Sono uomini potenti? Sono uomini santi?
Non volendo, e non potendo, addentrarsi in questioni così specifiche (anche perché non se ne verrebbe comunque a capo) sceglierò l’ipotesi che più mi piace facendo, come al solito, solamente considerazioni di senso comune sulla questione.


Se si trattasse di angeli o di demoni le figlie degli uomini avrebbero ben poca colpa per la caduta; inoltre, vista la centralità dell’uomo nel rapporto con Dio, appare strano che l’uomo di punto in bianco possa essere condannato nella sua totalità (non che dal Signore veterotestamentario sia impossibile attenderselo) a causa solamente di un comportamento che riguarda le femmine.


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mercoledì, 14 novembre 2007, ore 21:18
scarabocchiato da Rolando in attuale

La vita è un processo degenerativo. Ogni mutamento che avviene sul nostro corpo (la crescita dei capelli, il sudore, una ruga) testimonia il nostro inesorabile cammino verso la distruzione. Una eterna durata equivale ad assenza di mutazione, un permanere indefinitamente in una certa condizione. Una tale fissità però preclude ogni possibilità di crescita, non c’è più nulla da imparare quando già si è quello che si sarà in futuro, sempre che si possa considerare futuro ciò che riproduce perfettamente un passato che diventa eterno presente.

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giovedì, 31 maggio 2007, ore 22:16
scarabocchiato da Rolando in angolo del precario

Se, come in certi casi avviene, il lavoro è un’arte, il precario può certamente essere annoverato nella schiera degli artisti minimalisti. La sua arte minimale parte dalla sua caratteristica più profonda: il contratto. Non c’è nessun “fronzolo” nel contratto del precario, nulla di più della sua manodopera o “mentedopera”, non esistono ferie, non c’è malattia, non ci sono feste e non ci sono mensilità aggiuntive; c’è solamente il suo effettivo lavoro e null’altro. Per tutte queste voci ci sarebbe un discorso a parte da fare, che magari farò in un altro intervento. La voce che fa sentire maggiormente la sua mancanza però non è contemplata tra quelle citate sopra, è un’assenza strana e paradossale: il TFR.

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mercoledì, 30 maggio 2007, ore 23:07
scarabocchiato da Rolando in pensieri

Proteso verso il futuro l’homo sapiens sapiens (cui occorrerà a breve aggiungere qualche altra meritoria determinazione) si muove da padrone nel mondo che Dio gli ha donato in Eden e fa valere tutta la sua superiorità soggiogando ogni cosa e animale che ha la (s)ventura di capitargli dinanzi. La coscienza della propria superiorità non è sufficiente a far dimenticare le infinite insidie e minacce che si nascondono tra le pieghe della vita, pronte ad aggredire l’uomo e farlo tornare alla promessa polvere biblica. Occorrono scudi, protezioni; ne abbiamo a volontà. Convinti di immergerci nel mondo, ce ne teniamo invece molto alla larga, le nostre paure hanno alimentato una cultura dell’”anti” che ci accompagna ad ogni stadio della vita, ad ogni passo. Appena svegli, ogni mattina, scendiamo dal nostro materasso antiacaro e antiaffossamento, ci mettiamo le ciabatte antiscivolo, andiamo in bagno, una bella spazzolata con il dentifricio antiplacca e antitartaro, inforchiamo gli occhiali antigraffio, antiriflesso e antiurto e usciamo di casa, pronti per una nuova giornata, non prima aver scaldato un po’ di latte in un pentolino antiaderente, che poi mettiamo in una lavastoviglie ben carica di anticalcare. Se per caso ci sentiamo un po’ deboli niente paura, basta aprire un cassetto in cucina e spuntano fuori scatole e scatole di antibiotici, antipiretici, antiacidi, antistaminici, antisettici, antidepressivi, antidolorifici, antireumatici e antibatterici, che ci occorrono per far fronte agli sbalzi di tempo che l’anticiclone provoca ogni anno.

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sabato, 26 maggio 2007, ore 00:43
scarabocchiato da Rolando in angolo del precario

Quando il nostro pensiero si perde alla ricerca dei costumi che caratterizzavano i nostri più remoti antenati, non possiamo fare a meno di notare, con soddisfatto amor proprio, quanta distanza ci separa da quegli zotici bestioni che chiamiamo uomini primitivi. Uno dei costumi che riconosciamo a quegli energumeni è il nomadismo, l’abitudine di muoversi da un territorio all’altro per poter sopravvivere. Quando ancora l’agricoltura non aveva piantato radici e l’allevamento non era praticato, l’unico sostentamento veniva dalla caccia e dalla raccolta di vegetali; nel momento in cui i vegetali finivano e la caccia dava scarsi risultati occorreva prendere armi (poche) e bagagli (ancora meno) e spostarsi altrove per trovare condizioni più favorevoli. Con il procedere della storia l’uomo ha perso l’abitudine al nomadismo ed ha iniziato a sfruttare la natura in modo rinnovabile (con l’agricoltura), insediandosi stabilmente in un luogo. L’agricoltura e l’allevamento fissano l’uomo alla terra, per secoli la vita delle persone si poteva riassumere nelle ultime parole del Candido di Voltaire “dobbiamo coltivare il nostro giardino”. Negli ultimi anni però si sta assistendo ad un calo degli uomini addetti al settore primario (quindi agricoltura e sfruttamento del terreno), la conseguenza è il disancoramento dell’uomo al suolo. Stiamo tornando al nomadismo, e tutto per la stessa ragione che spingeva a questo costume i nostri ormai dimenticati antenati: la sopravvivenza.

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