La cosa più importante è mantenere i propri spazi. Siamo esseri sociali ma, se la società si fa troppo vicina, scappiamo a gambe levate. L'alternativa al correre lontano dal mondo è quella di nascondersi dietro il primo angolo che incontriamo e scrutare in silenzio quello che succede, adeguandoci. Il caro e vecchio eremita, che rinuncia al mondo per rinchiudersi nella sua solitudine, non esiste più, almeno nella società moderna. Oggi se qualcuno rinuncia al mondo lo fa solo (a quasi) perché il mondo lo ammiri, il sentiero della mortificazione costeggia l'autostrada dell'esibizionismo. La maggior parte delle fratture tra le persone avviene nel modo più impensabile: scambiandosi cerimoniosi saluti e sperticandosi in adoranti genuflessioni.
Lettura e commento della Bibbia (seconda puntata)
Avevamo lasciato l'uomo nel tempio del sabato, mentre Dio si riposa nella fonte sacerdotale, inizia la fonte jahvista, più antica e concreta...
Il versetto di Genesi 1,4a fa ancora parte della tradizione sacerdotale. Il successivo (Gen. 1,4b) è di fonte jahvista, più antica. La differenza salta subito agli occhi: mentre il primo parla di "cieli e la terra" il secondo ci illustra come siano stati creati "la terra e il cielo". L'interesse è più terreno, più concreto, non siamo davanti ad una spiegazione intellettuale ma ad un racconto molto più materiale. La terra, dopo essere stata creata, era deserta e brulla. Non era vivificata né dall'alto (con la pioggia) né dal basso (con il lavoro umano). Così Dio crea l'uomo dalla terra, lo modella dalla polvere e spira in lui un soffio vivificante. L'uomo è vivo. La sua vita gli viene da Dio, la materia dalla quale è stato tratto è povera e inanimata. Ci sono diverse possibili letture, tra le altre quella che vede "l'uomo fatto dalla polvere", oppure quella che più recisamente legge "fece l'uomo polvere", molto più suggestiva anche per gli sviluppi che avrà la concezione del corpo nella filosofia pagana e cristiana. Per l'uomo Dio pianta un giardino in cui spuntano tantissimi alberi (e si può immaginare quale simbolo sia l'albero per un popolo abituato al deserto), al centro del giardino c'è l'albero della vita. In un punto imprecisato (in alcune traduzioni) spunta l'albero della conoscenza del bene e del male. Il mondo di Eden è perfetto e ordinato, ci sono 4 fiumi che delimitano la zona (2 sono il Tigri e L'Eufrate, 2 sono sconosciuti, comunque è il modello di un mondo ideale quale i contemporanei se lo figuravano, se non vogliamo leggerci una profezia della croce, che è costituita da 4 bracci che partono da un centro). L'uomo è posto nel giardino per coltivarlo e custodirlo. Ora Dio dà un comandamento all'uomo, pur permettendogli di mangiare di tutti gli alberi del giardino, dovrà astenersi dal mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, altrimenti morirà. L'albero è un elemento ricco di carattere simbolico, si nutre dell'acqua che attinge dalla terra e si spinge verso il cielo, è un essere in eterna tensione verso l'alto e costituisce una sorta di ponte tra il cielo e la terra. L'albero della conoscenza può essere inteso in almeno due modi secondo me: da una parte lo si può intendere come un essere miracoloso in grado di aprire gli occhi e la mente a coloro che ne mangiano il frutto; dall'altra può essere solo un elemento simbolico che vuole porre in Dio la determinazione della morale. In questo secondo caso l'albero non ha nessuna proprietà particolare (un antenato dell'effetto placebo), ciò che diventa fondamentale è il precetto emanato da Dio. Proibendo all'uomo di mangiare del frutto dell'albero, Dio ha delimitato il territorio della moralità, ha stabilito egli stesso il confine tra il bene e il male: l'uomo mangiando del frutto proibito non viene a conoscere magicamente ciò che prima non conosceva. Il morso alla mela (se mela era) è il rifiuto della morale che Dio ha stabilito, è conoscenza del bene e del male in quanto rifiuto di quello che il Creatore ha stabilito, è la sostituzione al giudizio divino che l'uomo vuole fare da sé. è questo il germe del peccato. ma procediamo per ordine, ancora nessun peccato è stato commesso, siamo ancora immersi nella paradisiaca frescura verdeggiante di Eden. L'uomo non è un animale solitario, Dio se ne accorge e cerca di provvedere. Vengono creati tutti gli animali e Adamo (l'uomo, ma anche l'umanità) ha il privilegio di nominarli; Dio crea e l'uomo chiama. Il nome in ebraico ha una fondamentale importanza, esprime l'essenza della persona (non a caso il nome di Dio, espresso dal tetragramma JHWH, era impronunciabile). L'uomo però non riesce a trovare un essere simile a lui, non si riesce a specchiare negli occhi di nessun animale finora creato. Occorre dormirci sopra. Dio fa cadere l'uomo in un sonno profondo, estrae da lui una costola e modella con la sua carne la donna. La donna è l'unico essere creato da un altro vivente, non è creata dalla polvere e, unica ad essere tratta dalla vita, è in grado di produrre vita nel suo seno. Adamo riconosce in lei una parte di sé stesso, davanti a lei non è più solo. La nomina e la lega indissolubilmente a lui; il nome della donna sarà isshah, il femminile di ish, che significa uomo. Il nome della donna, quindi, la lega all'uomo. è come se fossero l'uomo e la "uoma", l'inglese può mostrare meglio la relazione, con man e woman. La presentazione della donna all'uomo segue una sorta di rito matrimoniale, Dio la conduce dall'uomo in modo che la potesse riconoscere; la accompagna come un padre fa con la figlia all'altare. La donna è legata all'uomo sia da Dio (che l'ha creata) sia dall'uomo stesso (che l'ha nominata e ha posto nel suo nome la derivazione dal suo compagno). In questa condizione primordiale non esiste nulla di cattivo, il male non esiste. L'autore biblico spiega con lo speciale rapporto dell'uomo e della donna, il motivo per cui l'uomo si separa dalla famiglia per seguire la donna e vivere con lei; ancora però non esiste nessun padre se non Dio e nessuna Madre (se non la terra, ma sarebbe troppo pagano dirlo). Nella loro unione, uomo e donna divengono una cosa sola. Sta nascendo una nuova società, una società che si determinerà da sé; ci si prepara alla caduta...

Girovagando la sera in cerca di un qualche locale in cui ci si possa divertire, ricerca sempre infruttuosa dato che non è il locale l'artefice del divertimento, si nota un comportamento diffuso: si beve, si beve parecchio. In un locale in cui ci sono un centinaio di persone occorrono almeno 3 o 4 persone che stanno stabilmente dietro il bancone a spillare birra e riempire bicchieri di ghiaccio e intrugli vari. La maggior parte dei bevitori della domenica non consuma alcolici durante la settimana (se si fa eccezione, a volte, del vino durante i pasti), ha una scarsa propensione alla birra e per berne un bicchiere da 0,4 litri impiega circa 10 minuti, dividendo la bevanda in almeno un centinaio di minuscole sorsate. è una sorta di rito, chiedere qualcosa di diverso da una birra, un cocktail o, se lo stomaco regge, un bel bicchierino di superalcolico, è imbarazzante. Chiedere una semplice bibita abbisogna di una giustificazione, chiedere acqua equivale a suicidarsi socialmente. Guardandosi bene attorno si nota un'altra curiosa circostanza, gli uomini bevono più delle donne. Sarà forse sfoggio della capacità di reggere maggiormente l'alcol, oppure un qualche antico privilegio derivante dal fatto che Dio ha svelato il segreto del vino a Noè e non a sua moglie, fatto sta che le donne sono più moderate (almeno quelle della mia generazione...nutro qualche dubbio sulle nuove generazioni ma passo oltre per penuria di informazioni). Non persuaso delle spiegazioni che solitamente si danno al fenomeno, osservo meglio per vedere se esiste qualche differenza importante tra uomini e donne che possa meglio dirimere la questione. Vedo entrare nel locale uomini e donne, apparentemente sono entrambi animali terrestri bipedi e razionali (eh si, Aristotele non aveva torto, anche se sull'ultima definizione occorrerebbe fare delle distinzioni specifiche), ma noto una piccola differenza. Mentre gli uomini entrano nel locale con le mani in tasca, le donne hanno con loro uno o più accessori (una borsetta, una sciarpa, un foulard, etc). Una scintilla. Vuoi vedere che la mania di andare al banco e prendere bicchieri di beveroni che si sorseggiano alla velocità di una lumaca morta deriva tutta dalla necessità di avere le mani impegnate? In effetti le mani, quando non le utilizziamo per qualcosa, sono un'appendice inutile e ingombrante del nostro corpo: non sappiamo dove metterle, non possiamo passare tutto il tempo a toccarci i capelli, tenere le braccia conserte è segno di chiusura e starsene due ore con le mani in saccoccia non è il massimo della socialità. Bene, ecco che ci viene in aiuto un bel bicchiere di qualcosa, possiamo reggerlo e passarcelo da una mano all'altra (la par condicio è importante), possiamo tenerlo all'altezza del bacino, della vita, del petto, una comoda gamma di variazioni che ci permettono di passare la serata senza inutile imbarazzo. La campagna contro gli alcolici, quindi, dovrebbe prendere altre strade: togliere il guardaroba dalle discoteche per far girare le persone con il cappotto in mano; marketing indirizzato a lanciare la moda della borsetta anche per gli uomini; gadgets all'interno dei locali per fare in modo che le persone abbiano sempre qualcosa con cui gingillarsi. Non resta che verificare l'esattezza di questa teoria, oggi rubo la borsetta a mia sorella, se la vedo tornare ubriaca come Bacco dopo il veglione di capodanno avrò la conferma che mi occorre..
Dalla logica alla metafora: il popolo più bisognoso della terra
Il progresso è inarrestabile, siamo sulla via di una sempre più spiccata spiritualità. Siamo partiti dalla condizione di zotici bruti, sconvolti e guidati dalle passioni più irrazionali, per giungere finalmente ad una più raffinata ed evoluta sensibilità. I gradini saliti sono stati tantissimi, con il fiatone e la fronte imperlata di sudore, abbiamo davanti a noi ancora molta strada per arrivare alla pura astrazione dal corpo, ma siamo comunque in una condizione di eccellenza intellettuale. Volgiamo lo sguardo indietro e guardiamo se il nostro percorso è stato in linea retta o contorto e sinuoso oltre il dovuto. Abbiamo fatto enormi progressi nella conoscenza dell’universo e di noi stessi, abbiamo cominciato a guardare oltre i ristretti confini del nostro giardino anche se questo ha comportato la scoperta che quello del vicino è più verde e fertile. Le sfide della scienza non ci spaventano, le affrontiamo senza indietreggiare, tesi a poter progredire anche di un solo gradino sulla scala della felicità. Ma siamo sempre più bisognosi di felicità. Come è possibile? Perché i piaceri della vita sono diventati meno piacevoli? Deve esserci una spiegazione: prendiamo una lente di ingrandimento e da improvvisati investigatori proviamo a cercarla. Forse la fame di felicità sta nel fatto che siamo a digiuno da troppo tempo, viviamo in un mondo che non ci offre il minimo agio. Non può essere questo, ci sono persone che hanno tutti gli agi immaginabili ma restano affamate. Non c’è che una possibilità: sono cambiati i nostri bisogni, li percepiamo in un’altra maniera.
Molti bisogni che sentiamo non vengono da noi stessi, ci sono indotti da forze esterne e (quelle sì) intelligenti. Davanti ad un bisogno perdiamo ogni logica, siamo un fascio di emozioni. Probabilmente diventiamo molto simili a come dovevano essere i nostri più creduli e lontani antenati. Ogni stimolo ben indirizzato crea un’emozione, ogni emozione crea un bisogno. Un sistema perfetto. Viviamo nell’eterna giostra, tornando dalle emozioni ai bisogni e dai bisogni alle emozioni. Girare sulla giostra ci fa venire il mal di testa, siamo sempre più storditi ma sempre più pronti ad un nuovo ed emozionante giro.
Una persona ha voglia di riposarsi, si stende sulla sua soffice e morbida poltrona, il corpo è coccolato e avvolto dal caldo tessuto, gli occhi lanciano un’ultima occhiata al bracciolo che si fa sempre più vicino e…un pensiero…l’ultimo pensiero…“questa poltrona andrebbe cambiata, c’è un’offerta al supermarket”. Fine del riposo, non si può riposare su una poltrona da buttare. Il sonno va placato altrove. Abbiamo una smania di acquisti che non sappiamo placare se non mettendo mano al portafogli. Questa è la società dell’"ultimo modello", tutto deve essere aggiornato. Il fatto strano però è che non è più l’oggetto che deve essere aggiornato alle nostre esigenze, ora sono le nostre esigenze che corrono dietro all’oggetto. È un galoppo inarrestabile in cui i paraocchi non sono stati messi al cavallo ma a noi fantini improvvisati (e di nuovo emozionati per la nuova esperienza). Un telefono cellulare non serve più per telefonare, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui lo si sostituisce anche se funziona benissimo; un’automobile non serve più per spostarsi da un luogo ad un altro, altrimenti perché cambiarla dopo 2 o 3 anni, quando ancora funziona benissimo? Tutto diventa il prolungamento di se stessi, ogni cosa diventa una proiezione del nostro Io. Una bella macchina, un bel telefono cellulare ultimo modello, un paio di scarpe firmate diventano elementi per giudicare una persona. Siamo giudici facilmente emozionabili, o bambini dal giudizio molto facile. Lungo la scalinata del progresso ci deve essere qualche gradino rotto, siamo precipitati più in basso e non abbiamo più voglia di risalire. Pur contrari ad ogni condizionamento e fermi assertori della libertà, ci siamo adagiati su questa nuova dittatura del mercato senza troppo soffrire, affermiamo anzi che sia una cosa da salvare, con qualche aggiustamento accessorio. Siamo bombardati di informazioni ma non sappiamo più che cosa ci sta succedendo attorno. Stiamo passando dal regno positivistico della logica, al regno favolistico della metafora. Per convincere una persona non occorre più fare un discorso logico, basta fare un qualche esempio emotivamente stimolante (ma non per questo esatta) per raccogliere consensi e applausi. Basta mettere sui due piatti della bilancia cose che toccano il cuore, non importa se si pesano sentimenti come fossero cocomeri. Oggi tutto è sensazione, eccitazione, fascino. Non abbiamo più il tempo di esaminare se una cosa è buona o meno, basta che un componente sia accettabile per portarci a casa tutto il pacchetto. Come si spiegherebbe altrimenti il fatto che per vendere una brioche ci venga mostrata una famiglia felice e spensierata? Che relazione c’è tra un liquore e un pilota che vola in mezzo ad una tempesta senza vento? Quale arcano segreto si nasconde il fondoschiena di una donna se è lo strumento di marketing più usato al mondo? A noi non interessa, se ci piace lo spot della famiglia felice siamo portati a riempirci la bocca di genuine brioches che restano morbide e fresche per mesi e mesi; non si bada più al prodotto, si bada alla presentazione. L’abito fa il monaco, il convento e anche la preghiera. Noi in religioso silenzio (assenso) assorbiamo tutto e agiamo di conseguenza. Oggi sono parole come “uno studio dice”, “clinicamente testato”, “più genuino”, “il più raccomandato”, “la tecnologia del futuro”, etc, riescono a far breccia anche nel cuore più indurito dall’avarizia. Il numero dei bisognosi aumenta sempre più. Oltre alle stime su coloro che vivono con 2 o 5 dollari al giorno dovrebbero essere fatte quelle per coloro che proprio non riescono a vivere sotto 2000 o 5000, si potrebbero trovare risultati più interessanti ancora. Troveremmo in questa fascia i veri bisognosi, non quelli che sanno sorridere con un dollaro in mano, ma quelli che piangono in limousine; quelli che come Paperon de Paperoni fanno il bagno nell’oro ma si accorgono che per lavarsi è di gran lunga meglio l’acqua.
Lido e pinto, seduto al tavolino di un bar con un vecchio amico, mi vedo offrire una innocua tazzina di caffè. Una amena chiacchierata, qualche risata di troppo e il dramma: una strana forza attrae il mio braccio sul bordo della tazzina. Avevo indosso una camicia bianchissima, luminosa e candida che a confronto Omino Bianco sarebbe parso uno spazzacamino nel pieno delle proprie funzioni. Una forza occulta. Il bianco non c'è più. Una macchia scura e viscida campeggia laddove la luce si rifletteva con gioia....comincio a intuire la diabolica natura del caffè.
Non mi dovevo fidare! Già quel suo colore infido avrebbe dovuto mettermi sull'attenti, invece occorre sempre qualcuno che resti sul campo, così come la mia camicia, con la sua vita appesa a un filo...e ad una molletta.
Il caffè è una sostanza diabolica, come ogni prodotto demoniaco è inebriante e fascinoso, entra quasi per gioco nella tua vita e non ti abbandona mai più fino alla bara (con cui condivide spesso il colore). è la sfida alla vita lanciata dal maligno, mentre l'uomo ha bisogno di riposare e tranquillizzarsi, il putrido liquido bollente come le fiamme dell'inferno lo eccita e gli fa perdere quel sonno che resta l'unica via per una vita sana e serena. Slegato di per sé da ogni incanalamento politico ed economico, anche il maligno viene però soggiogato da chi ne sa una più del diavolo (e pare ne circolino molti in giro di questi individui dotati anche, nel caso, di corna). Il sudore del diavolo, che riempie la nostra amabile tazzina di ceramica, era un tempo utilizzato da sette religiose per le proprie capacità eccitanti; finché gli si riconosceva carattere magico-misterico tutto andava bene, restava relegato in quell'ambito specifico e gli iniziati potevano farne uso in vista del fine che si proponevano. Lo sdoganare la sostanza da quell'ambito particolare ne ha resa molto più subdola e potente la carica virale, l'uso del caffè è entrato nel quotidiano, è parte della normale vita di ogni persona. Prendere il caffè è una sorta di rito (e qui ancora appare il legame all'ambito magico-misterico), una esigenza per liberarsi da quella pesantezza che la vita ci carica sulle spalle e che finirebbe per schiacciarci. Ma ecco proprio ora l'uso interessato, mentre senza aiuti non saremmo in grado di sopportare le fatiche della giornata (almeno la maggior parte delle persone) con quel sorso di caffè riusciamo ad andare avanti ad oltranza nelle nostre faccende. In questo modo, invece di modellare la vita a seconda le nostre esigenze fisiche e psichiche, tentiamo di modellare i nostri bisogni fisiologici alla vita che facciamo, con le conseguenze che ognuno ha sotto gli occhi.
Il caffè è come un tarlo, che rode pian piano il corpo che lo ospita e vi depone il germe del bisogno; il corpo contaminato non potrà più farne a meno, il caffè diventa una sostanza inestirpabile della moderna società. Basta guardare come finisce il duello con il dolcissimo, candido e cristallino zucchero. Non appena lo zuccherò viene a contatto con il nero fluido, perde immediatamente il suo candore, si contorce, si raggruma, tutti i suoi sforzi per non essere distrutto sono vani, in pochi secondi è disciolto e nulla se non il sapore ce lo fa ricordare. è come risucchiato in una dimensione che gli fa perdere ogni riconoscibilità esteriore (chi riconoscerebbe una tazzina di caffè zuccherato da un'altra?), il suo sacrificio lo possiamo solo cogliere sulle labbra in quel poco di dolcezza che riesce a trasmettere allo scuro assalitore. Aveva visto giusto il pur stordito Lucariello di Natale in casa Cupiello quando, allontanando schifato la tazzina di caffè dal suo viso (seppure i motivi erano altri), si lasciava andare alla profetica frase " 'stu cafè fete 'e scarrafone". Esatto. Proprio il paragone con lo scarafaggio si addice al caffè, di uguale colore (non mi azzarderei sul sapore...non ho avuto l'onore di assaggiare entrambi), con la stessa strisciante capacità di infilarsi senza attirare l'attenzione nei punti più reconditi della casa e del nostro corpo. Lo scarafaggio, animale diabolico e venerato, con il caffè condivide l'inestinguibilità, gli scarafaggi (come specie) sopravvivono a tutto, hanno milioni di anni....siamo condannati. Tra milioni e milioni di anni, quando non ci sarà più l'ombra della vita sulla terra gli alieni arriveranno sul deserto ammasso di rocce riarse che un tempo fu la terra e troveranno uno strano oggetto bianco con scritto "Segafredo", credendolo un fossile di una qualche specie vivente lo esamineranno e troveranno traccia della sostanza che conteneva. Ricreeranno la composizione molecolare del caffè ed anche loro verranno colonizzati dal demoniaco fluido che, pur accostando nella maggior parte dei casi il suo nome alla parola "pausa", non ci darà mai tregua.
A 600 anni dalla nascita (e a 550 dalla morte, ma è più bello festeggiare un compleanno che un funerale) ricordiamo Lorenzo Valla, filosofo, filologo, storico, uomo di fede e di spirito (in tutti i sensi); la sua figura ci guiderà alla riscoperta dell'uomo, un essere che ha fatto tanto paura a buona parte di coloro che hanno sempre affermato (e affermano) di amarlo.
Romano, assistente papale e convinto credente, Valla non fu filosofo sistematico, non creò un contenitore stagno per i propri pensieri, le sue impressioni ed espressioni erano permeate da un senso di umanità nel senso più alto del termine. Egli è legato al mondo, le sue ironiche frecciate (o cannonate) sono dirette contro tutto ciò che si vuole staccare dal mondo non avendo ancora imparato a volare.
La sua opera principale, probabilmente la più bella e significativa è Sul piacere (De voluptate), che dalla seconda edizione si intitola Sul bene vero e falso (De vero falsoque bono). L'opera è una meravigliosa fotografia dell'essere umano, nudo, senza le sovrastrutture metafisiche, ontologiche e moralistiche che la filosofia pretende di fargli trascinar dietro. La dolcezza del Valla sta tutta nel riconoscere l'uomo nella sua fragilità, nella sua più vera ed autentica umanità; contro la mortificazione stoica e l'ideale di sacrificio tanto caro alla morale cristiano-cattolica, Valla rivaluta l'integrità umana, fatta di materialità, di passioni, di sentimenti e di vita vissuta. Valla ci ricorda che l'uomo non è puro spirito, ma spirito incarnato. Le velleità ascetiche di coloro che sognano di librarsi nel volo della fede scordandosi (o dando a vedere di scordarsi) il corpo non hanno capito nulla della vera pienezza della vita. La felicità deve essere una completa soddisfazione; Valla poi fa un passo più avanti (come è solito fare) e comprende all'interno del concetto di piacere anche la spinta cristiana all'azione. Se l'uomo agisce spinto dal piacere, che cos'è il pensiero della beatitudine paradisiaca se non un immenso piacere, pur spinto nel futuro? Il piacere quindi soggiace ad ogni azione dell'uomo, e nel saggio il piacere raggiunge un livello più puro; il saggio sa valutare e scegliere il piacere maggiore rispetto al minore, il piacere fuggevole dei sensi viene superato dal piacere durevole di una vita sana. Il piacere quindi non è in contrasto con la religione, non ha senso porre la scelta religiosa come necessariamente mortificatrice. L'epicureismo ritrova nel Valla la sua moralità tanto spesso incompresa o misconosciuta.
In Valla è anche presente una polemica linguistica (d'altra parte è questa la parte più famosa del suo pensiero), si scaglia contro i barbarismi del latino, sempre più diretto a divenire una lingua gergale, fatta di vuoti concetti e incapace di descrivere le cose reali che circondano l'uomo. Il suo bersaglio è la logica formale di stampo aristotelico-scolastico, ad essa contrappone la retorica, che parla di cose concrete e vive; la vera dialettica è il ben parlare, non l'impianto freddo e vuoto della logica formale. L'interesse di Valla era quello di stabilire un nesso tra la verità e le cose; quale strumento può guidare l'uomo verso questa strada? Valla ne individua uno: la filologia. nelle parole degli uomini si può leggere la loro storia, la filologia valliana è una vera e propria filosofia del linguaggio, una implacabile macchina disvelatrice che sotto i suoi ingranaggi riesce a mettere a nudo anche ciò che si è mascherato nel migliore dei modi. A cadere tra gli ingranaggi filologici valliani è, ad esempio, la Donazione di Costantino (il documento che comprovava la donazione che Costantino fece a papa Silvestro e dava legittimità al potere temporale del papato). La falsa donazione di Costantino (De falso credita et ementita Costantini donatione) mostra con gli strumenti della filologia la falsità del documento cardine su cui si fonda il potere temporale dei papi (in verità già scoperta qualche anno prima da Cusano); porta a suffragio della sua tesi una grande quantità di prove, la non rispondenza dei nomi delle città, uno stile linguistico impossibile da utilizzare nel Trecento, etc. Ma poco importa del caso particolare dell'esito della confutazione, la cosa fondamentale è invece il fatto che la critica storica cominciò ad essere applicata senza pregiudizi (o reverenze). La vera nascita della critica storica, che nei secoli a venire farà accuratissimi studi su qualsiasi pagina scritta (sacra o profana che fosse), si situa proprio sulla scorta di questi primi esperimenti filologici. Da qui si parte per arrivare alla critica di Spinoza, di Bayle o di Simon, alla Teodicea di Leibniz e all'illuminismo di Voltaire. Valla fu un propulsore che spinse avanti la voglia di indagare e di comprendere il mondo, voglia che accompagnerà la vera vita, finché sarà lungi dal tramontare.
In sostanza in cosa possiamo riconoscere lo spirito valliano? Cosa ci resta a 600 anni di quest'uomo che tra gli uomini sapeva di vivere? Il messaggio che possiamo trovare più forte è quello di una autentica riscoperta dell'uomo, di riconoscimento delle sue caratteristiche e inclinazioni. Valla è contro ogni pretesa chiesastica che si ponga quale unico tramite tra Dio e l'uomo, ognuno può costruirsi un rapporto con la divinità in modo libero e speciale. Lutero e i riformatori protestanti furono influenzati da questa spinta libertaria che portava l'uomo oltre i confini della sua fragilità; furono influenzati anche dalla concezione valliana che vedeva nel libero arbitrio un problema che si scontrava con la prescienza divina (De libero arbitrio); furono influenzati dall'esigenza che permeava tutta l'opera valliana di un rinnovamento dello sclerotizzato e politico meccanismo della chiesa. Valla è una testa di ponte sia in campo linguistico sia in campo religioso, spinti da lui due grandi movimenti influenzarono l'Europa e il mondo, contribuendo a costituire il presente in cui viviamo.
In questo Valla arriva fino a noi e vale ricordarne la nascita, non la morte. In questo le sue 600 candeline illuminano la nostra speranza di un mondo che mai si stancherà di tendere al bene e al vero.
L'effetto Kulesov è ciò che risulta da un esperimento cinematografico fatto da Lev Kulesov (uno dei maggiori registi e teorici del cinema russo, autore di Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi e di Dura lex, per citare solo i migliori) in sede di montaggio. Allo stesso primo piano di un attore (Ivan Mozzuchin, per la cronaca e per la storia) venivano alternate figure differenti, una volta del cibo, una seconda volta un cadavere ed una terza un bambino. Il risultato dell'esperimento (l'effetto Kulesov, per l'appunto) è che lo spettatore percepisce l'espressione dell'attore in funzione di ciò che gli è accostato: nella prima sequenza il volto di Mozzuchin trasmette l'idea di fame; nella seconda l'idea di tristezza; nella terza, quello stesso, identico fotogramma del volto, è capace di veicolare allegria.
L'esperimento fa riflettere, contraddice il vecchio proverbio (che in verità non aveva bisogno di altri avversari, così bistrattato com'è) per cui l'abito non farebbe il monaco. Forse è un retaggio di quell'horror vacui (la paura del vuoto) che ci fa diventare tutti affetti da vertigine cerebrale; tutto deve essere pieno di significato altrimenti sfugge alla nostra griglia di percezione e si perde per sempre nell'oblio. Le cose insignificanti non lasciano traccia in noi quindi, per raccogliere la più grande massa di giudizi possibile, se qualcosa non ha senso siamo pronti ad attribuirglielo noi. In fondo siamo animali interpretativi, i nostri schemi mentali, basati sulla legge di causa-effetto, hanno bisogno di legare due eventi (le due inquadrature) con un nesso di causalità o di consequenzialità. Il nostro cervello è una sorta di casellario gigantesco con annessa sala d'aspetto, noi tendiamo a incasellare il più possibile lasciando la sala d'aspetto sempre vuota (il sogno di ogni pronto soccorso). Un esempio pratico su tutti è il seguente:

Il nostro cervello tende a riempire il vuoto che c'è tra le figure e ci mostra un triangolo che invece non c'è; vediamo qualcosa di inesistente laddove l'immagine ci mostra solo tre personaggi di Pacman che conversano amabilmente tra loro.
Lettura e commento della Bibbia (prima puntata)
Un faraonico e velleitario progetto destinato sicuramente a naufragare sulle pendici dell'Ararat sotto un diluvio di critiche. Con biblica pazienza mi accingo a leggere e commentare il Sacro Testo, sperando di non arrivare all'età di Matusalemme (che pure perì nel diluvio) e di non contribuire solo a far crescere zizzania...
Capitolo 1 Creazione
I primi versetti della Bibbia (fino a Gen. 2,4a) appartengono alla tradizione sacerdotale (contrassegnata con la lettera P, Priester, credo, in tedesco). Le tradizioni bibliche sono 4:
eloista (E, nasce nel regno del sud è nomina Dio come Eloim, resa nelle traduzioni italiane con “Dio”)
jahvista (J, nasce nel regno del nord e contiene il sacro tetragramma JHWH, reso con la parola “Signore”)
deuteronomista (D, una fonte giuridica fino alla deportazione in Babilonia)
sacerdotale (P, che da ordine alle altre fonti, è la più recente).
Poi ovviamente ci sono commistioni tra le varie tradizioni e troviamo passi che sono di difficile collocazione oppure troviamo traduzioni che per alcuni passi recano “Signore Dio”, segno di commistione e complessità ulteriore.
La stesura dei primi capitoli di Genesi si colloca in un periodo relativamente recente (400-300 a.C.), i sacerdoti che scrivono il testo dando una chiave di lettura della creazione modellata sulla settimana liturgica, è il simbolo che lega la religione ebraica (nel suo culto liturgico) all'origine del mondo e alla volontà del suo Creatore. Ci sono elementi mutuati dalla tradizione orientale, che rimandano e criticano le concezioni religiose dei popoli del vicino oriente.
Gli ebrei non si ponevano il problema della creazione dal nulla, la prima frase ("Nel principio Dio Creò il cielo e la terra” non è da intendersi in senso letterale (si tende, anzi a vederla come un titolo più che un versetto; suonerebbe così “Del principio con cui Dio creò il cielo e la terra”, in perfetto accordo con le intenzioni sacerdotali che volevano mostrare la logica del disegno divino).
“La Terra era deserta e disadorna”, la probabile polemica è con le tradizioni orientali della dea madre, che si presenta nuda (deserta) e senza ornamenti che possano attrarre a lei. Dio provvede a ornarla, non dopo aver compiuto la sua opera di separazione. Lo spirito (non lo Spirito Santo) di Dio aleggia sulle acque, questo può venir visto come presenza di Dio sulle acque (che sono la fonte della vita) oppure come un vento (la radice è la medesima) che spira durante la creazione. C'è chi vede in questa frase un riferimento all'ibis sacro degli egizi, sempre per voler riconoscere rimandi a tradizioni non ebraiche. Inizia l'opera di creazione vera e propria, Dio creda in un modo completamente diverso dagli dei delle altre tradizioni, il veicolo della sua opera è la parola. Non crea dalla materia ma dalla parola, la parola è un cercare contatto con qualcosa, un chiamare, Dio entra in relazione con il mondo chiamando ciò che desidera vivificare. È quel nominare le cose che poi passerà all'uomo nel paradiso terrestre. Ogni cosa che Dio chiama (crea) è buona davanti a lui. Dio crea con la parola così come fanno i poeti, lo fa senza la fatica:
1.Crea la luce e la separa dalle tenebre, innesca il procedere del tempo;
2.Separa le acque superiori da quelle inferiori ponendo tra di loro il firmamento delle stelle;
3.Separa le acque dalla terraferma e crea la vegetazione;
4.Crea gli astri nel firmamento del cielo, con la creazione del Sole e della Luna si crea il calendario, si dà significato allo scorrere del tempo;
5.Creazione degli animali del mare e del cielo;
6.Creazione degli animali terrestri e dell'uomo.
Dio durante la creazione non parla se non per creare, l'unica creatura a cui rivolge la parola è l'uomo (Gen. 1,29), con lui quindi instaura un rapporto speciale. Sarà lui che dovrà “dominare” (che ha il significato di custodire) la terra e gli altri essere del creato. L'uomo appena creato è vegetariano, può cibarsi di alberi e piante. Qui sembrerebbe che il lavoro di Dio sia terminato, ha fatto quello che voleva/doveva fare (il “doveva” è d'obbligo visto che, trattandosi di una spiegazione umana della creazione, Dio non poteva far altro che creare ciò che avevano in testa gli uomini che stavano scrivendo il testo). In realtà ancora il lavoro di Dio non è completo, si completerà nel secondo capitolo.
Capitolo 2. Origine del sabato
Il settimo giorno Dio si astiene dal lavoro. Si potrebbe pensare quindi che la creazione sia stata fatta in sei giorni, ma non è così. Dio termina realmente il suo lavoro solamente con il riposo, crea un giorno in cui il tempo si ferma. La nostra mentalità pone sempre l'accento su ciò che viene prodotto e tiene conto solamente dei momenti produttivi. In questo caso il concetto è bellissimo, l'opera è compiuta solamente nel momento in cui chi la compie si volta a contemplarla. Dio benedice il sabato, il settimo giorno diventa ciò verso cui tutti gli altri giorni tendono. L'uomo, creato nell'imperfezione del sesto giorno (il 6 è un numero imperfetto perché manca di 1 per poter creare il numero perfetto per gli ebrei: il 7) tende verso il settimo giorno. Il sabato è na sorta di tempio all'interno del tempo, come esiste un tempio materiale in cui l'uomo prega Dio, così il sabato costituisce il “tempio del tempo” che fa sperimentare all'uomo, ogni settimana, la beatitudine di quello che sarà il riposo eterno, il superamento delle fatiche del mondo terreno. La prossima puntata, che non so quando avrò tempo di scrivere, vedrà protagonista il paradiso terreste....