Regia di René Clair (gran maestro del cinema francese).
Il titolo parla di libertà e parte dal luogo oggettivamente più adatto a far nascere questo sentimento: una prigione. Sul tavolo scorrono dei cavalli giocattolo, i detenuti li stanno costruendo, pezzo per pezzo, controllati dalle guardie e obbligati a mantenere un certo ritmo. La vita della prigione è rigidamente scandita da lavoro, pasti, riposo; la libertà è assente e i due protagonisti, Emile e Louis, la sognano cantando assieme una canzone. Il film ha l'andamento di un'operetta e la canzone che anela alla libertà (a nous la libertè) è il filo conduttore di tutto il film, dà significato alle varie scene. Emile e Louis vogliono evadere, il loro progetto però funziona solamente a metà: Emile non riesce a scavalcare un muro e rinuncia alla sua fuga purché Louis riesca a raggiungere l'anelata libertà. Louis, finalmente libero, insegue la sua libertà nel lavoro, arriva ad aprire una fabbrica di grammofoni e si arricchisce. Il parallelo diventa subito chiaro, nella fabbrica la catena di montaggio rimanda alla triste monotonia della prigione. Tutti con la medesima uniforme, assoggettati al rigido tempo delle macchine, controllati dalle guardie e perquisiti all'uscita. Ai bambini, nelle scuole è insegnato come il vangelo che "Il lavoro è la libertà", così da far perdere quell'originario significato di spontaneità e vivacità che il termine dovrebbe avere.
I figli di Adamo ed Eva lavorano e rendono grazie a Dio...
CAPITOLO 4
L'uomo in questo capitolo scopre una nuova differenza; dopo aver sperimentato la distanza tra lui e Dio e tra lui e gli animali, ora l'uomo si ritrova diverso anche da se stesso, da suo fratello, dal suo prossimo. Caino e Abele sono i figli di Adamo ed Eva, Caino è il maggior, coltivatore dei campi; Abele è pastore. La figura del pastore è tradizionalmente più vicina a Dio, il pastore è l'uomo senza patria, non radicato al suolo. Il coltivatore, tuttavia, continua l'opera che all'uomo era stata assegnata dal Creatore in Eden. Caino dovrebbe essere una sorta di capo famiglia, è lui il maggiore, ma assistiamo all'usuale scavalcamento biblico del diritto di primogenitura. Abele offre a Dio dei capi del suo bestiame e l'offerta è gradita, Caino offre a Dio i frutti raccolti dalla terra ma l'offerta non trova favore da parte del Creatore. Potrebbe essere tutto un complotto politico. Dio in questo modo verrebbe a guardare con favore coloro che nella moderna (di allora come di oggi) società sono sempre più emarginati; i pastori sono sempre più costretti in spazi esigui ed impervi per lasciare i migliori campi agli agricoltori e, in genere, ai sedentari (che su quei terreni ci costruiscono case e città).
Passeggiando per vie malfamate (ma anche per vie rinomate che poi diventano malfamate) non è difficile imbattersi in qualche energumeno armato e talvolta incappucciato che, minacciandoci con un'arma ci intima: o la borsa o la vita!
Che dilemma! Le possibilità che ci si aprono, a questo punto, non sono infinite. è possibile (e molto spesso saggio) optare per la conservazione della vita lasciando allontanare il malvivente tra le nostre più profonde maledizioni; non è raro il caso di chi, scegliendo la borsa (in realtà scegliendo di conservare entrambi ma non riuscendo nell'intento), si lascia sfilare la vita dalle mani e rimane (senza borsa) a terra esanime; c'è poi chi, portando a segno le intenzioni dello sfortunato personaggio precedente, riesce a conservare sia la borsa sia la vita, mettendo in fuga o catturando l'aggressore. Questo avvenimento, molto traumatico e violento, conserva la sua attualità da tempo immemorabile (quantomeno dal momento in cui si sono inventate le borse). Oggi fa ancora notizia un borseggio o uno scippo, una rapina o un furto; la violenza ha qualcosa di attraente e rivoltante allo stesso tempo, le notizie ne sono infarcite e pochi si sono lamentati della ricetta.
Se dalla tavola sempre imbandita di ciò che fa notizia un po' di rosso (non vino, ma sangue) non manca mai, un tipo di aggressione molto più sfumata e subdola è bandita dalla tavola e non attrae nemmeno i palati più delicati.
L'uomo è unito alla donna, camminano liberi e felici nel giardino di Eden...
CAPITOLO 3
Dopo i primi capitoli in cui Dio è presente in ogni versetto, ora la vita scorre senza di Lui, il tragico momento della caduta avviene in assenza di Dio. Tra tutti gli animali ci viene presentato il serpente, la più astuta delle creature . Il serpente è un animale che colpisce la sensibilità degli ebrei per diversi aspetti. Animale strisciante, vive sotto terra, in un attimo riesce a sparire negli anfratti del terreno mettendosi in salvo da ogni minaccia e rappresentando minaccia egli stesso per coloro che passano vicino alla sua tana. Nel periodo della muta lascia la pelle vecchia su qualche campo, questo dà un senso di immortalità, quasi fosse un animale che può rinnovare se stesso e ringiovanire in eterno. Il serpente riveste una grande importanza nel pantheon delle religioni orientali, queste rappresentavano grande attrazione per gli ebrei, erano un modo per poter concretizzare la fecondità di Dio in qualche segno concreto, senza lasciare la loro fede totalmente astratta. Il serpente è in pratica, agli occhi degli ebrei, una sorta di idolo (e non è un caso che il peccato starà proprio nel voler diventare come Dio, nella conoscenza del bene e del male).
Il serpente, da buon tentatore dialoga con la donna, le chiede se sia vero che il Signore ha proibito a lei e all'uomo di mangiare da ogni albero del giardino (esagerato!!).