giovedì, 31 maggio 2007, ore 22:16
Se, come in certi casi avviene, il lavoro è un’arte, il precario può certamente essere annoverato nella schiera degli artisti minimalisti. La sua arte minimale parte dalla sua caratteristica più profonda: il contratto. Non c’è nessun “fronzolo” nel contratto del precario, nulla di più della sua manodopera o “mentedopera”, non esistono ferie, non c’è malattia, non ci sono feste e non ci sono mensilità aggiuntive; c’è solamente il suo effettivo lavoro e null’altro. Per tutte queste voci ci sarebbe un discorso a parte da fare, che magari farò in un altro intervento. La voce che fa sentire maggiormente la sua mancanza però non è contemplata tra quelle citate sopra, è un’assenza strana e paradossale: il TFR.
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mercoledì, 30 maggio 2007, ore 23:07
Proteso verso il futuro l’homo sapiens sapiens (cui occorrerà a breve aggiungere qualche altra meritoria determinazione) si muove da padrone nel mondo che Dio gli ha donato in Eden e fa valere tutta la sua superiorità soggiogando ogni cosa e animale che ha la (s)ventura di capitargli dinanzi. La coscienza della propria superiorità non è sufficiente a far dimenticare le infinite insidie e minacce che si nascondono tra le pieghe della vita, pronte ad aggredire l’uomo e farlo tornare alla promessa polvere biblica. Occorrono scudi, protezioni; ne abbiamo a volontà. Convinti di immergerci nel mondo, ce ne teniamo invece molto alla larga, le nostre paure hanno alimentato una cultura dell’”anti” che ci accompagna ad ogni stadio della vita, ad ogni passo. Appena svegli, ogni mattina, scendiamo dal nostro materasso antiacaro e antiaffossamento, ci mettiamo le ciabatte antiscivolo, andiamo in bagno, una bella spazzolata con il dentifricio antiplacca e antitartaro, inforchiamo gli occhiali antigraffio, antiriflesso e antiurto e usciamo di casa, pronti per una nuova giornata, non prima aver scaldato un po’ di latte in un pentolino antiaderente, che poi mettiamo in una lavastoviglie ben carica di anticalcare. Se per caso ci sentiamo un po’ deboli niente paura, basta aprire un cassetto in cucina e spuntano fuori scatole e scatole di antibiotici, antipiretici, antiacidi, antistaminici, antisettici, antidepressivi, antidolorifici, antireumatici e antibatterici, che ci occorrono per far fronte agli sbalzi di tempo che l’anticiclone provoca ogni anno.
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sabato, 26 maggio 2007, ore 00:43
Quando il nostro pensiero si perde alla ricerca dei costumi che caratterizzavano i nostri più remoti antenati, non possiamo fare a meno di notare, con soddisfatto amor proprio, quanta distanza ci separa da quegli zotici bestioni che chiamiamo uomini primitivi. Uno dei costumi che riconosciamo a quegli energumeni è il nomadismo, l’abitudine di muoversi da un territorio all’altro per poter sopravvivere. Quando ancora l’agricoltura non aveva piantato radici e l’allevamento non era praticato, l’unico sostentamento veniva dalla caccia e dalla raccolta di vegetali; nel momento in cui i vegetali finivano e la caccia dava scarsi risultati occorreva prendere armi (poche) e bagagli (ancora meno) e spostarsi altrove per trovare condizioni più favorevoli. Con il procedere della storia l’uomo ha perso l’abitudine al nomadismo ed ha iniziato a sfruttare la natura in modo rinnovabile (con l’agricoltura), insediandosi stabilmente in un luogo. L’agricoltura e l’allevamento fissano l’uomo alla terra, per secoli la vita delle persone si poteva riassumere nelle ultime parole del Candido di Voltaire “dobbiamo coltivare il nostro giardino”. Negli ultimi anni però si sta assistendo ad un calo degli uomini addetti al settore primario (quindi agricoltura e sfruttamento del terreno), la conseguenza è il disancoramento dell’uomo al suolo. Stiamo tornando al nomadismo, e tutto per la stessa ragione che spingeva a questo costume i nostri ormai dimenticati antenati: la sopravvivenza.
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