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giovedì, 31 maggio 2007, ore 22:16
scarabocchiato da Rolando in angolo del precario

Se, come in certi casi avviene, il lavoro è un’arte, il precario può certamente essere annoverato nella schiera degli artisti minimalisti. La sua arte minimale parte dalla sua caratteristica più profonda: il contratto. Non c’è nessun “fronzolo” nel contratto del precario, nulla di più della sua manodopera o “mentedopera”, non esistono ferie, non c’è malattia, non ci sono feste e non ci sono mensilità aggiuntive; c’è solamente il suo effettivo lavoro e null’altro. Per tutte queste voci ci sarebbe un discorso a parte da fare, che magari farò in un altro intervento. La voce che fa sentire maggiormente la sua mancanza però non è contemplata tra quelle citate sopra, è un’assenza strana e paradossale: il TFR. L’utilità del Trattamento di Fine Rapporto sta nel fornire un aiuto nel momento in cui un rapporto di lavoro cessa e si ha necessità di trovarne un altro; una persona che perde il lavoro e si mette alla ricerca di un nuovo impiego non è sempre (per non dire che non lo è mai) così fortunato da trovarlo in brevissimo tempo, il TFR serve proprio per coprire quel periodo di ricerca e per non far sprofondare il lavoratore (ex e futuro, si spera, tale) nell’indigenza. Saremmo portati a pensare che uno strumento del genere debba essere implementato e rafforzato nell’epoca del lavoro precario. Laddove il lavoro diventa meno stabile e si moltiplicano i tempi di passaggio da un impiego all’altro, uno strumento come il TFR dovrebbe essere il primo dei diritti dei lavoratori….dovrebbe. Nulla di tutto questo, ci si diletta con l’arte minimale, con il virtuosismo del togliere, siamo prigionieri della libertà di mercato, siamo merci da scambiare, pezzi di ricambio in questa fiera generale del nuovo e dell’usato. Occasionissima!!! Vengano signori! Prendi uno, paghi mezzo! Solo per questa generazione…affrettatevi!

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