< Miracolo a Milano | il blog-notes

venerdì, 16 novembre 2007, ore 14:17
scarabocchiato da Rolando in visioni

Regia di Vittorio De Sica.

Una fiaba moderna, sempre attuale, sul contrasto tra tipi di vita. Da una parte la vita immediata e semplice dei poveri, che subiscono il mondo e fanno del loro meglio per adattarvisi, dall’altra la vita sempre tesa in avanti degli imprenditori e degli industriali, che tentano di modellare il mondo in vista del loro tornaconto personale.
Termine medio tra questi due mondi, il protagonista del film: Totò.


Totò è un animo semplice, ha ricevuto una educazione dopo essere rimasto orfano (orfano in realtà ci è nato, visto che la signora che lo ha accudito l’ha trovato nudo sotto un cavolo).
Uscito dall’orfanotrofio all’età di circa vent’anni, si ritrova in una baraccopoli nella periferia di Milano. L’estro di Totò e la sua volontà di non arrendersi al mondo così com’è, lo porta a riorganizzare la baraccopoli creando una vera e propria città in miniatura (una specie di milano 2 ante litteram), con piazze, strade, monumenti etc. Le strade, al posto di portare nomi di personaggi famosi sono così nominate: 9 per 9 uguale 81, oppure 1 per 1 uguale 1, e così via; in questo modo alla valorizzazione “urbanistica” della baraccopoli si poteva unire una funzione didattica.


Gli occhi di Totò riescono ad aprire le porte su un mondo fiabesco dove tutto è possibile, in un mondo di stenti nulla sembra mancare agli abitanti del villaggetto.
Il film, seppur meno fiabesco del libro da cui è tratto (Totò il buono, di Zavattini), ha un’atmosfera sognante e ovattata, dove tutto diventa stilizzato e leggero.
Ad un certo punto succede una cosa straordinaria, piantando un palo nel terreno esce un potente zampillo di liquido trasparente, il villaggio diventa una fontana che dispensa acqua al solo premere di un dito sul terreno. La trovata dell’acqua rende ancora più candido il quadro generale, la purezza, la semplicità dell’acqua fa scintillare il villaggio di un’atmosfera ancora più gioiosa (le fiabe sono contraddistinte dallo scintillio e dalla luminescenza), basta poco però per accorgersi che non di acqua si tratta ma di petrolio e gli abitanti, che prima esultavano per aver trovato l’acqua, ora sono euforici per aver sotto i piedi un pozzo di petrolio.


Inevitabile l’interesse degli industriali, chiamati da un abitante, Rappi (Paolo Stoppa), che vede l’opportunità di guadagnare qualcosa e di comprarsi finalmente un cappello a cilindro, simbolo del mondo borghese al quale ambisce appartenere. Il signor Mobbi compra subito il terreno dal signor Brambi e intima a tutti i baraccati (coloro che prima erano abitanti, ora sono diventati occupanti abusivi) di sloggiare. Totò e i suoi amici non vorrebbero andarsene dal villaggio ma di fronte all’irruenza della polizia stanno per capitolare; ma che fiaba sarebbe senza il miracolo (anticipato anche dal titolo)? Mentre Totò si sta arrendendo, dal cielo scende lo spirito della signora che l’ha accudito da bambino, gli mette tra le mani una colomba bianca e gli dice che ogni suo desiderio si avvererà.


Ci vuole altro per sottolineare che Totò rappresenta il candore e la semplicità? Con la colomba in mano succede di tutto, lacrimogeni che vengono spazzati via con un soffio, ombrelli che appaiono dal nulla, poliziotti che diventano cantanti d’opera, il finimondo.


Totò è in questo punto perfettamente favolistico, seppur potrebbe volgere i fatti a proprio favore con una semplice parola usa i miracoli come fosse un bimbo, nel rispetto dello stereotipo dell’eroe stupido che vediamo in diverse fiabe popolari. Gli angeli intanto, che non avevano autorizzato la signora Lolotta (così si chiama la signora, almeno nel libro…non ricordo se nel film è nominata) scendere sulla terra, tentano di recuperare la colomba, ci riesco per un breve periodo ma l’arzilla vecchina, ma l’età di un angelo non si rivela, la restituisce al suo protetto che riesce a fare l’ultimo miracolo del film. In un parapiglia generale, a piazza del duomo a Milano, i poveri si impossessano delle scope degli spazzacamini e volano nel cielo della città cantando e cercando un altro posto in cui abitare: un posto in cui buon giorno vuole veramente dire buon giorno.

 

Curiosità: Zavattini avrebbe voluto intitolare il film “i poveri disturbano” e nel finale, nei suoi appunti, è stata trovata l’idea per la quale i poveri sulle scope atterravano in diversi luoghi della terra e venivano scacciati, visto che in ogni luogo campeggiava la scritta “proprietà privata”; i poveri quindi erano costretti a restare in orbita attorno alla terra non accettati da nessuno.
Ci furono polemiche sulla scelta di De Sica e Zavattini, due esponenti del neo-realismo, di cedere all’idea di realizzare una fiaba, ma l’intento degli autori era di essere ancora più duri di quanto lo si possa essere con un film verità. La stilizzazione dei personaggi rende questi ultimi ancora più universali ed eterni, l’atmosfera ovattata ne preserva l’attualità.
La scena finale del film, con il volo delle scope, ispirò Spielberg per il volo delle biciclette in E.T..

 

Giudizio: Fiabescamente reale


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