Girovagando la sera in cerca di un qualche locale in cui ci si possa divertire, ricerca sempre infruttuosa dato che non è il locale l'artefice del divertimento, si nota un comportamento diffuso: si beve, si beve parecchio. In un locale in cui ci sono un centinaio di persone occorrono almeno 3 o 4 persone che stanno stabilmente dietro il bancone a spillare birra e riempire bicchieri di ghiaccio e intrugli vari. La maggior parte dei bevitori della domenica non consuma alcolici durante la settimana (se si fa eccezione, a volte, del vino durante i pasti), ha una scarsa propensione alla birra e per berne un bicchiere da 0,4 litri impiega circa 10 minuti, dividendo la bevanda in almeno un centinaio di minuscole sorsate. è una sorta di rito, chiedere qualcosa di diverso da una birra, un cocktail o, se lo stomaco regge, un bel bicchierino di superalcolico, è imbarazzante. Chiedere una semplice bibita abbisogna di una giustificazione, chiedere acqua equivale a suicidarsi socialmente. Guardandosi bene attorno si nota un'altra curiosa circostanza, gli uomini bevono più delle donne. Sarà forse sfoggio della capacità di reggere maggiormente l'alcol, oppure un qualche antico privilegio derivante dal fatto che Dio ha svelato il segreto del vino a Noè e non a sua moglie, fatto sta che le donne sono più moderate (almeno quelle della mia generazione...nutro qualche dubbio sulle nuove generazioni ma passo oltre per penuria di informazioni). Non persuaso delle spiegazioni che solitamente si danno al fenomeno, osservo meglio per vedere se esiste qualche differenza importante tra uomini e donne che possa meglio dirimere la questione. Vedo entrare nel locale uomini e donne, apparentemente sono entrambi animali terrestri bipedi e razionali (eh si, Aristotele non aveva torto, anche se sull'ultima definizione occorrerebbe fare delle distinzioni specifiche), ma noto una piccola differenza. Mentre gli uomini entrano nel locale con le mani in tasca, le donne hanno con loro uno o più accessori (una borsetta, una sciarpa, un foulard, etc). Una scintilla. Vuoi vedere che la mania di andare al banco e prendere bicchieri di beveroni che si sorseggiano alla velocità di una lumaca morta deriva tutta dalla necessità di avere le mani impegnate? In effetti le mani, quando non le utilizziamo per qualcosa, sono un'appendice inutile e ingombrante del nostro corpo: non sappiamo dove metterle, non possiamo passare tutto il tempo a toccarci i capelli, tenere le braccia conserte è segno di chiusura e starsene due ore con le mani in saccoccia non è il massimo della socialità. Bene, ecco che ci viene in aiuto un bel bicchiere di qualcosa, possiamo reggerlo e passarcelo da una mano all'altra (la par condicio è importante), possiamo tenerlo all'altezza del bacino, della vita, del petto, una comoda gamma di variazioni che ci permettono di passare la serata senza inutile imbarazzo. La campagna contro gli alcolici, quindi, dovrebbe prendere altre strade: togliere il guardaroba dalle discoteche per far girare le persone con il cappotto in mano; marketing indirizzato a lanciare la moda della borsetta anche per gli uomini; gadgets all'interno dei locali per fare in modo che le persone abbiano sempre qualcosa con cui gingillarsi. Non resta che verificare l'esattezza di questa teoria, oggi rubo la borsetta a mia sorella, se la vedo tornare ubriaca come Bacco dopo il veglione di capodanno avrò la conferma che mi occorre..
Lido e pinto, seduto al tavolino di un bar con un vecchio amico, mi vedo offrire una innocua tazzina di caffè. Una amena chiacchierata, qualche risata di troppo e il dramma: una strana forza attrae il mio braccio sul bordo della tazzina. Avevo indosso una camicia bianchissima, luminosa e candida che a confronto Omino Bianco sarebbe parso uno spazzacamino nel pieno delle proprie funzioni. Una forza occulta. Il bianco non c'è più. Una macchia scura e viscida campeggia laddove la luce si rifletteva con gioia....comincio a intuire la diabolica natura del caffè.
Non mi dovevo fidare! Già quel suo colore infido avrebbe dovuto mettermi sull'attenti, invece occorre sempre qualcuno che resti sul campo, così come la mia camicia, con la sua vita appesa a un filo...e ad una molletta.
Il caffè è una sostanza diabolica, come ogni prodotto demoniaco è inebriante e fascinoso, entra quasi per gioco nella tua vita e non ti abbandona mai più fino alla bara (con cui condivide spesso il colore). è la sfida alla vita lanciata dal maligno, mentre l'uomo ha bisogno di riposare e tranquillizzarsi, il putrido liquido bollente come le fiamme dell'inferno lo eccita e gli fa perdere quel sonno che resta l'unica via per una vita sana e serena. Slegato di per sé da ogni incanalamento politico ed economico, anche il maligno viene però soggiogato da chi ne sa una più del diavolo (e pare ne circolino molti in giro di questi individui dotati anche, nel caso, di corna). Il sudore del diavolo, che riempie la nostra amabile tazzina di ceramica, era un tempo utilizzato da sette religiose per le proprie capacità eccitanti; finché gli si riconosceva carattere magico-misterico tutto andava bene, restava relegato in quell'ambito specifico e gli iniziati potevano farne uso in vista del fine che si proponevano. Lo sdoganare la sostanza da quell'ambito particolare ne ha resa molto più subdola e potente la carica virale, l'uso del caffè è entrato nel quotidiano, è parte della normale vita di ogni persona. Prendere il caffè è una sorta di rito (e qui ancora appare il legame all'ambito magico-misterico), una esigenza per liberarsi da quella pesantezza che la vita ci carica sulle spalle e che finirebbe per schiacciarci. Ma ecco proprio ora l'uso interessato, mentre senza aiuti non saremmo in grado di sopportare le fatiche della giornata (almeno la maggior parte delle persone) con quel sorso di caffè riusciamo ad andare avanti ad oltranza nelle nostre faccende. In questo modo, invece di modellare la vita a seconda le nostre esigenze fisiche e psichiche, tentiamo di modellare i nostri bisogni fisiologici alla vita che facciamo, con le conseguenze che ognuno ha sotto gli occhi.
Il caffè è come un tarlo, che rode pian piano il corpo che lo ospita e vi depone il germe del bisogno; il corpo contaminato non potrà più farne a meno, il caffè diventa una sostanza inestirpabile della moderna società. Basta guardare come finisce il duello con il dolcissimo, candido e cristallino zucchero. Non appena lo zuccherò viene a contatto con il nero fluido, perde immediatamente il suo candore, si contorce, si raggruma, tutti i suoi sforzi per non essere distrutto sono vani, in pochi secondi è disciolto e nulla se non il sapore ce lo fa ricordare. è come risucchiato in una dimensione che gli fa perdere ogni riconoscibilità esteriore (chi riconoscerebbe una tazzina di caffè zuccherato da un'altra?), il suo sacrificio lo possiamo solo cogliere sulle labbra in quel poco di dolcezza che riesce a trasmettere allo scuro assalitore. Aveva visto giusto il pur stordito Lucariello di Natale in casa Cupiello quando, allontanando schifato la tazzina di caffè dal suo viso (seppure i motivi erano altri), si lasciava andare alla profetica frase " 'stu cafè fete 'e scarrafone". Esatto. Proprio il paragone con lo scarafaggio si addice al caffè, di uguale colore (non mi azzarderei sul sapore...non ho avuto l'onore di assaggiare entrambi), con la stessa strisciante capacità di infilarsi senza attirare l'attenzione nei punti più reconditi della casa e del nostro corpo. Lo scarafaggio, animale diabolico e venerato, con il caffè condivide l'inestinguibilità, gli scarafaggi (come specie) sopravvivono a tutto, hanno milioni di anni....siamo condannati. Tra milioni e milioni di anni, quando non ci sarà più l'ombra della vita sulla terra gli alieni arriveranno sul deserto ammasso di rocce riarse che un tempo fu la terra e troveranno uno strano oggetto bianco con scritto "Segafredo", credendolo un fossile di una qualche specie vivente lo esamineranno e troveranno traccia della sostanza che conteneva. Ricreeranno la composizione molecolare del caffè ed anche loro verranno colonizzati dal demoniaco fluido che, pur accostando nella maggior parte dei casi il suo nome alla parola "pausa", non ci darà mai tregua.
Il navigatore satellitare ovvero, perché rischiare di farcela da soli?
La fine della più popolare e poetica scusa del mondo: "mi sono perso!".
Dunque si è detto, un centro commerciale affollato ma non troppo. Con le mani ciondoloni dietro la schiena mi fermo dietro un tipo pensoso che rimira alcuni aggeggi simili a telefoni cellulari sorretti da una base in plastica; non sono telefoni cellulari, sono molto peggio (dipende dai punti di vista), sono navigatori satellitari. Il viaggio interstellare sembra alle porte ma in realtà, dopo qualche secondo scopro che non servono per sfrecciare negli spazi siderali del nostro incontaminato (ancora) universo, ma per camminare su strada. La cosa si fa interessante.Sono migliaia di anni che camminiamo ma evidentemente lo abbiamo fatto sempre male.
Il dilemma per il cauto acquirente si fa sempre più complicato, ci sono modelli da 250 € (la mezza milionata) e modelli da 500 (si sa, due metà insieme stanno meglio...). La differenza? "Beh, questo è già mappato per l'Europa, questo solo per l'Italia, lei cosa ci deve fare?". Panico. Come dire che in realtà ti serve solamente per il gusto di vedere se il contachilometri della tua automobile e quello del navigatore segnano la stessa cosa? oppure confessare che, stanco di essere comandato vuoi solo, al momento del monotono "girare a destra" dare una bella sterzata sulla sinistra e fare per una volta quello che ti pare? In questi casi si gioca d'astuzia, "vedo che quello è mappato anche per gli Stati Uniti!" Il venditore non da segni di cedimento. "Si, poi il problema sono gli aggiornamenti, questa è una marca meno prestigiosa e non so garantirle se gli aggiornamenti escono costantemente". Fregato, eh si perché il navigatore, pur mettendo becco sulla guida di chi è patentato da anni ed anni, non sa imparare nulla di nuovo se non con una congrua aggiunta di sonanti monetine. I navigatori e i naviganti hanno comunque sempre la possibilità di aggirare l'ostacolo e, come pirati d'altri tempi, sono collegati e navigano (di nuovo) nella rete alla ricerca delle nuove mappe del tesoro che non ti fanno più trovare marenghi e dobloni, ma in compenso ti portano davanti alla porta di casa di tua suocera senza nemmeno farti perdere un metro....la vera strada verso la felicità.
Tornando alla conversazione tra il commesso e il cliente l'esito era purtroppo chiaro, gli affondi dell'esperto commesso non possono lasciare scampo. Non si vendono più oggetti elettronici, si vendono sogni: "se lei arriva a Parigi, carica il sua navigatore alla 220 dell'albergo e poi può andare 7 ore in giro per Parigi programmando gli obiettivi che vuole visitare". Prendo quello! 500 € di sogni.
E una volta a Parigi, tutte le frasi turistiche che mi hanno insegnato al corso di francese dell'anno scorso? A che mi serve chiedere informazioni? Ho il mio navigatore che sa tutto! E mo' che cavolo faccio 7 ore in giro per Parigi? Dov'è la Tour Eiffel? Programmiamo un po' sto aggeggio....ah no! si vede pure ad occhio nudo la Tour Eiffel....