
Dalla logica alla metafora: il popolo più bisognoso della terra
Il progresso è inarrestabile, siamo sulla via di una sempre più spiccata spiritualità. Siamo partiti dalla condizione di zotici bruti, sconvolti e guidati dalle passioni più irrazionali, per giungere finalmente ad una più raffinata ed evoluta sensibilità. I gradini saliti sono stati tantissimi, con il fiatone e la fronte imperlata di sudore, abbiamo davanti a noi ancora molta strada per arrivare alla pura astrazione dal corpo, ma siamo comunque in una condizione di eccellenza intellettuale. Volgiamo lo sguardo indietro e guardiamo se il nostro percorso è stato in linea retta o contorto e sinuoso oltre il dovuto. Abbiamo fatto enormi progressi nella conoscenza dell’universo e di noi stessi, abbiamo cominciato a guardare oltre i ristretti confini del nostro giardino anche se questo ha comportato la scoperta che quello del vicino è più verde e fertile. Le sfide della scienza non ci spaventano, le affrontiamo senza indietreggiare, tesi a poter progredire anche di un solo gradino sulla scala della felicità. Ma siamo sempre più bisognosi di felicità. Come è possibile? Perché i piaceri della vita sono diventati meno piacevoli? Deve esserci una spiegazione: prendiamo una lente di ingrandimento e da improvvisati investigatori proviamo a cercarla. Forse la fame di felicità sta nel fatto che siamo a digiuno da troppo tempo, viviamo in un mondo che non ci offre il minimo agio. Non può essere questo, ci sono persone che hanno tutti gli agi immaginabili ma restano affamate. Non c’è che una possibilità: sono cambiati i nostri bisogni, li percepiamo in un’altra maniera.
Molti bisogni che sentiamo non vengono da noi stessi, ci sono indotti da forze esterne e (quelle sì) intelligenti. Davanti ad un bisogno perdiamo ogni logica, siamo un fascio di emozioni. Probabilmente diventiamo molto simili a come dovevano essere i nostri più creduli e lontani antenati. Ogni stimolo ben indirizzato crea un’emozione, ogni emozione crea un bisogno. Un sistema perfetto. Viviamo nell’eterna giostra, tornando dalle emozioni ai bisogni e dai bisogni alle emozioni. Girare sulla giostra ci fa venire il mal di testa, siamo sempre più storditi ma sempre più pronti ad un nuovo ed emozionante giro.
Una persona ha voglia di riposarsi, si stende sulla sua soffice e morbida poltrona, il corpo è coccolato e avvolto dal caldo tessuto, gli occhi lanciano un’ultima occhiata al bracciolo che si fa sempre più vicino e…un pensiero…l’ultimo pensiero…“questa poltrona andrebbe cambiata, c’è un’offerta al supermarket”. Fine del riposo, non si può riposare su una poltrona da buttare. Il sonno va placato altrove. Abbiamo una smania di acquisti che non sappiamo placare se non mettendo mano al portafogli. Questa è la società dell’"ultimo modello", tutto deve essere aggiornato. Il fatto strano però è che non è più l’oggetto che deve essere aggiornato alle nostre esigenze, ora sono le nostre esigenze che corrono dietro all’oggetto. È un galoppo inarrestabile in cui i paraocchi non sono stati messi al cavallo ma a noi fantini improvvisati (e di nuovo emozionati per la nuova esperienza). Un telefono cellulare non serve più per telefonare, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui lo si sostituisce anche se funziona benissimo; un’automobile non serve più per spostarsi da un luogo ad un altro, altrimenti perché cambiarla dopo 2 o 3 anni, quando ancora funziona benissimo? Tutto diventa il prolungamento di se stessi, ogni cosa diventa una proiezione del nostro Io. Una bella macchina, un bel telefono cellulare ultimo modello, un paio di scarpe firmate diventano elementi per giudicare una persona. Siamo giudici facilmente emozionabili, o bambini dal giudizio molto facile. Lungo la scalinata del progresso ci deve essere qualche gradino rotto, siamo precipitati più in basso e non abbiamo più voglia di risalire. Pur contrari ad ogni condizionamento e fermi assertori della libertà, ci siamo adagiati su questa nuova dittatura del mercato senza troppo soffrire, affermiamo anzi che sia una cosa da salvare, con qualche aggiustamento accessorio. Siamo bombardati di informazioni ma non sappiamo più che cosa ci sta succedendo attorno. Stiamo passando dal regno positivistico della logica, al regno favolistico della metafora. Per convincere una persona non occorre più fare un discorso logico, basta fare un qualche esempio emotivamente stimolante (ma non per questo esatta) per raccogliere consensi e applausi. Basta mettere sui due piatti della bilancia cose che toccano il cuore, non importa se si pesano sentimenti come fossero cocomeri. Oggi tutto è sensazione, eccitazione, fascino. Non abbiamo più il tempo di esaminare se una cosa è buona o meno, basta che un componente sia accettabile per portarci a casa tutto il pacchetto. Come si spiegherebbe altrimenti il fatto che per vendere una brioche ci venga mostrata una famiglia felice e spensierata? Che relazione c’è tra un liquore e un pilota che vola in mezzo ad una tempesta senza vento? Quale arcano segreto si nasconde il fondoschiena di una donna se è lo strumento di marketing più usato al mondo? A noi non interessa, se ci piace lo spot della famiglia felice siamo portati a riempirci la bocca di genuine brioches che restano morbide e fresche per mesi e mesi; non si bada più al prodotto, si bada alla presentazione. L’abito fa il monaco, il convento e anche la preghiera. Noi in religioso silenzio (assenso) assorbiamo tutto e agiamo di conseguenza. Oggi sono parole come “uno studio dice”, “clinicamente testato”, “più genuino”, “il più raccomandato”, “la tecnologia del futuro”, etc, riescono a far breccia anche nel cuore più indurito dall’avarizia. Il numero dei bisognosi aumenta sempre più. Oltre alle stime su coloro che vivono con 2 o 5 dollari al giorno dovrebbero essere fatte quelle per coloro che proprio non riescono a vivere sotto 2000 o 5000, si potrebbero trovare risultati più interessanti ancora. Troveremmo in questa fascia i veri bisognosi, non quelli che sanno sorridere con un dollaro in mano, ma quelli che piangono in limousine; quelli che come Paperon de Paperoni fanno il bagno nell’oro ma si accorgono che per lavarsi è di gran lunga meglio l’acqua.
L'effetto Kulesov è ciò che risulta da un esperimento cinematografico fatto da Lev Kulesov (uno dei maggiori registi e teorici del cinema russo, autore di Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi e di Dura lex, per citare solo i migliori) in sede di montaggio. Allo stesso primo piano di un attore (Ivan Mozzuchin, per la cronaca e per la storia) venivano alternate figure differenti, una volta del cibo, una seconda volta un cadavere ed una terza un bambino. Il risultato dell'esperimento (l'effetto Kulesov, per l'appunto) è che lo spettatore percepisce l'espressione dell'attore in funzione di ciò che gli è accostato: nella prima sequenza il volto di Mozzuchin trasmette l'idea di fame; nella seconda l'idea di tristezza; nella terza, quello stesso, identico fotogramma del volto, è capace di veicolare allegria.
L'esperimento fa riflettere, contraddice il vecchio proverbio (che in verità non aveva bisogno di altri avversari, così bistrattato com'è) per cui l'abito non farebbe il monaco. Forse è un retaggio di quell'horror vacui (la paura del vuoto) che ci fa diventare tutti affetti da vertigine cerebrale; tutto deve essere pieno di significato altrimenti sfugge alla nostra griglia di percezione e si perde per sempre nell'oblio. Le cose insignificanti non lasciano traccia in noi quindi, per raccogliere la più grande massa di giudizi possibile, se qualcosa non ha senso siamo pronti ad attribuirglielo noi. In fondo siamo animali interpretativi, i nostri schemi mentali, basati sulla legge di causa-effetto, hanno bisogno di legare due eventi (le due inquadrature) con un nesso di causalità o di consequenzialità. Il nostro cervello è una sorta di casellario gigantesco con annessa sala d'aspetto, noi tendiamo a incasellare il più possibile lasciando la sala d'aspetto sempre vuota (il sogno di ogni pronto soccorso). Un esempio pratico su tutti è il seguente:

Il nostro cervello tende a riempire il vuoto che c'è tra le figure e ci mostra un triangolo che invece non c'è; vediamo qualcosa di inesistente laddove l'immagine ci mostra solo tre personaggi di Pacman che conversano amabilmente tra loro.
Alzati e cammina, l'idea della malattia è in movimento
Secoli addietro non era argomento interessante indagare il confine che passava tra la salute e la malattia, esso era netto (anche troppo), riconoscibile e con nessuna sfumatura che potesse far pensare ad una parentela tra le due condizioni. Passando attraverso il Novecento, tra i due blocchi granitici sono comparse delle funi di congiunzione, fili su cui abbiamo steso i panni sporchi (quelli che solitamente si lavano in casa) per decenni e decenni. L'impostazione freudiana ci ha condotti alla consapevolezza la nostra "mente" è una selva di sentieri bui, interrotti o contorti, che noi non ci saremmo mai aspettati di trovare. Se Copernico, con la sua rivoluzione, ci ha portato a non sentirci padroni dell'universo, Darwin ci ha ammonito di non essere padroni del creato, Freud fa l'ultimo passo e ci informa che non siamo padroni nemmeno di noi stessi....una interessante parabola di espropri.
Tornando al punto, la condizione umana è problematica e reca in sé la continua tensione tra salute e malattia che, in quella fascia comprendente la media della popolazione, viene definita normalità (o più ottimisticamente, sanità). Visto che il mondo sta cambiando e l'uomo, se vuole viverci sopra, deve corrergli appresso, bisogna accettare un nuovo concetto di sanità accanto a quello convenzionale che già ci stava abbastanza stretto. La salute viene sempre più a coincidere con la capacità di produrre (ricchezza, nella fattispecie). Dall'indagine del sintomo, qualche chiave per aprire la strada alla cura più efficace per l'individuo, si è passati alla semplice rimozione del sintomo, quale scopo ultimo e finale della cura. Siamo diventati collezionisti di chiavi e ci accontentiamo di sbirciare dal buco della serratura quello che avviene all'interno del nostro organismo; siamo tutti voyeur (ecco una possibile spiegazione del proliferare del reality show).
La carrellata di esempi potrebbe allungarsi a dismisura (diventerebbe come la carrellata infinita di imprecazioni furibonde in cui si spertica Benigni nel film Berlinguer, ti voglio bene). Proviamo a farne qualcuno.
Negli Stati Uniti, i soldati reduci dalla Seconda Guerra Mondiale erano fortemente traumatizzati, necessitavano di trattamenti molto lunghi per superare (forse) le gravi conseguenze che la terribile esperienza vissuta aveva fatto insorgere in loro. Ad una terapia lunga e calibrata, caso per caso, si preferì una serie di interventi che potessero "rimettere in piedi" il paziente tempi brevi. Alle sedute psicanalitiche si sostituirono psicofarmaci che presentavano due indubbi vantaggi: rendevano l'uomo immediatamente produttivo facendo sparire i sintomi che gli impedivano una vita normale; erano utilizzabili da molte migliaia di persone. A questi motivi se ne aggiunse ben presto un terzo, essendo farmaci da assumere costantemente (provocando in alcuni casi una certa dipendenza fisica e psicologica), erano e sono estremamente redditizi per le case farmaceutiche che li producono e li vendono.
Un altro stimolo a terapie brevi viene da un tipo di sanità che è attenta più ai profitti che al rispetto del nome che porta; la privatizzazione dell'assistenza sanitaria, l'interesse delle compagnie assicurative che sborsano meno soldi allorquando il loro assistito è "guarito" in 5 giorni piuttosto che in 5 mesi, favoriscono il diffondersi di una ricerca medica che punta più sull'efficienza economica che su quella terapeutica.
Ormai questo tipo di approccio alla malattia è diffuso ovunque, appena il termometro segna 37° apriamo il cassetto dei medicinali e ingurgitiamo la pillola che fa al caso nostro. Poco ci interessa del fatto che la febbre è una risposta che il nostro organismo mette in atto per reagire a qualche evento (o organismo) perturbante, invece di allearci con la febbre e metterci al caldo ad aspettare che la piccola battaglia sia vinta, diamo un colpo in testa alla febbre e ce ne andiamo tranquilli a giocare la partita di tennis che altrimenti avremmo perso (come in una nota pubblicità....due cene addio, tre ore di tennis perse...). Tutto ciò si sposa perfettamente con l'ormai necessaria organizzazione del nostro tempo, abbiamo talmente poco tempo libero che quel poco di cui disponiamo deve essere sfruttato al meglio. Se valesse la pena continuare si potrebbe citare l'accanito fumatore, che scarta il pacchetto in cui è scritto chiaramente che fumare non è proprio il massimo della salute, per poi correre preoccupato dal medico quando sopraggiunge (inspiegabilmente) una tosse che farebbe scappare a gambe levate l'uomo delle nevi. Se proprio ci si chiedesse un altro esempio basterebbe entrare in un ristorante macrobiotico, appostarsi vicino al banco per non più di 5 minuti e mettersi in ascolto, una persona direbbe in breve una frase del tipo: "oggi sono venuto qui perché ieri ho avuto un gran mal di fegato, mi voglio purificare un po'". Ma se una persona è convinta che mangiare in un certo modo faccia bene, perché lo fa solo quando ha un disturbo? Non sono un salutista, quindi anche io sono nel mirino di me stesso, quello che noto è che viviamo in un mondo schizofrenico, un mondo in cui sappiamo che fare delle cose ci danneggia ma le facciamo comunque, un mondo in cui la frase più pronunciata delle persone che si alzano dal tavolo di un ristornate (quelli che possono permettersi di andare al ristorante) è: ho mangiato troppo. Per concludere, un pensiero """poetico""":
Siamo la civiltà del bicarbonato,
per digerire quello che non ti volevi mangiare,
ma che ti sei mangiato.
Omaso e abomaso, dal poligastrico sistema di filtraggio alla ruminazione mentale
L'apparato digerente dei ruminanti è un perfetto meccanismo, funziona attraverso una serie di organi (rumine, reticolo, omaso e abomaso) che costituiscono assieme una perfetta e sincronizzata "macchina" per assimilare cibo. L'animale raccoglie una grande quantità di cibo nel rumine e la notte lo mastica con calma facendolo fluire nell'omaso e nell'abomaso completando così il ciclo digerente. Noi uomini abbiamo una fisiologia differente, il nostro unico stomaco non ci permette un così alacre e diligente lavorio ma ci siamo adeguati. Intimoriti dai precetti biblici che considerano immondi gli animali non ruminanti (Lv. 11,3 - Dt. 14,6) abbiamo fatto tutto quello che potevamo per piacere all'Eterno Padre. A dire il vero stiamo provvedendo anche per ciò che riguarda le altre due condizioni necessaria per non essere immondi (i medesimi riferimenti biblici): per l'essere quadrupedi ci stiamo a poco a poco allenando a stare la maggior parte della giornata su sedie a quattro gambe; per l'unghia divisa stiamo provando a sperimentare (sul genere femminile) delle unghie finte che, mantenendo parvenza di unicità, fanno in modo che ci siamo 2 unghie separate da un sottile strato di materiale collante.
Tornando alla questione dei ruminanti, molto è stato fatto, per lunghissimi anni e ormai possiamo affermare con la più solida certezza che anche l'uomo, pur monogastrico, è un ruminante. Non potendo dividere il lavoro tra omasi e abomasi, tra rumini e reticoli, abbiamo trovato la nostra dualità in altre coppie di dialoganti nemici giurati: istinto e ragione; cervello e cuore; piacere e dovere; salute e malattia o, meglio ancora sano e malato. Attraverso queste coppie di vocianti contrari (che a volte dialogando trovano accordi temporanei, per poi litigare nuovamente e togliersi il saluto) e fornendo loro materiale non organico ma più raffinato, abbiamo fatto sì che le nostre determinazione e i nostri pensieri siano sempre la nota suonata sulla corda tesa tra questi poli in conflitto tra loro. Ogni sensazione esterna entra in noi in modo automatico, inconscio, si deposita su un qualche ricettacolo e lì aspetta di essere elaborata; negli organismi elementari la determinazione avviene tramite l'istinto ed è assolutamente in tempo reale. Il nostro complesso meccanismo di deliberazione (che nulla ha da invidiare al più scalcinato sistema giuridico che si possa immaginare) si vede invece arrivare le informazioni alla rinfusa, portate da chiunque si trovi in quel momento a passare davanti al ricettacolo; la fiducia è un concetto più utopico che reale in questi casi, le informazioni portate dal cuore sono spolverate e scelte con cura tra tutte quelle pervenute, gli elementi che potrebbero turbare sono scartati e nascosti tra le pieghe della memoria (il grande archivio cui fanno capo le più furibonde liti tra le parti in causa), ogni cosa è infiocchettata e profumata; la ragione non si cura delle buone maniere, porta carte impolverate e sudice, nulla è importuno e nulla è tenuto da parte; ognuno, insomma, porta quello che può far pendere la bilancia del giudice sonnacchioso dalla propria parte.
Esempi ne abbiamo ogni momento sotto gli occhi, il cuore porta all'attenzione del giudice quell'unica parola gentile che l'amato ci rivolge (spesso nascondendo sotto lo zerbino della memoria altre decine di parole meno simpatiche). La ragione porta ogni prova che possa far sobbalzare il cuore dall'emozione e che possa annullare ogni suo slancio poetico. Il piacere mostra la bellezza di una giornata assolata e ne decanta le lodi mentre il dovere ricorda che è meglio negarsi qualche giornata di sole che un futuro di realizzazione personale. La salute porta davanti a noi un piatto di carote lesse e un bicchiere d'acqua minerale a temperatura ambiente mentre di fronte ad essa c'è chi offre montagne di cioccolata che si coprono di panna montata mentre un venticello odorante di torrone mormora che a stomaco pieno tutto sorride all'uomo.
Gli esempi potrebbero essere infiniti, ma noi ruminiamo, ruminiamo sempre, mastichiamo e rimastichiamo idee e pensieri, decidiamo e ci tiriamo indietro, facciamo qualcosa e ci pentiamo, evitiamo di fare qualcos'altro e lo rimpiangiamo. Siamo in perpetua tensione tra il visto e il pensato, tra il pensato e il voluto, tra il voluto e lo sperato, tra lo sperato e l'ottenuto. Ruminiamo tutto il giorno e sogniamo di notte gli scarti delle nostre masticazioni. Non si vuole poi entrare nella ruminazione che da secoli gli uomini di cultura fanno sui pensieri (a volte già triti e ritriti, quindi così digeribili che una nuova masticazione porta solo allo stato liquido ciò che ancora si potrebbe trattenere) di chi prima di loro ha ruminato. Buona parte della storia del pensiero è il racconto di una ruminazione metodica e continua. ma non ci soffermiamo su questo punto, potrebbe venirci acidità di stomaco. Una cosa è certa, se i ruminanti sono animali mondi allora noi ci siamo riusciti. Siamo mondi, che più mondi non si può.